Periodico dell'Associazione Culturale Interdisciplinare ALTANUR
  Reg. Tribunale di Napoli n.5164 del 7/12/2000







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NUMERO
61-63
gennaio-giugno 2011
anno XI

Apprendista cercasi
A. Scuotto
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Italia: terra di santi,
navigatori, artisti
e… psicologi

M.A. Rinaldi
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Tristemente magistrale
S. Scuotto
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Clown terapia
C. Manfredi
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Istruzioni per gli Autori


Italia: terra di santi, navigatori
artisti e... psicologi

Maria Antonietta Rinaldi

Nonostante siano passati svariati decenni e oggi la psicologia sia molto più di dominio pubblico rispetto al 1980, anno della mia immatricolazione universitaria, quando mi chiedono: di cosa ti occupi?, alla mia risposta sono uno psicologo, ancora mi capita di verificare occhi sgranati e bocche che si schiudono di stupore e di interesse: “Che bellooo!..”

In realtà ciò che lo psicologo è, e di cosa esattamente si occupa, si è andato man mano chiarendo in questi ultimi 30 anni. Una volta una signora in ciabatte e con un pupo frignante fissato al braccio mi disse: “Psicologa… uhm… Sarebbe na specie di fattucchiera!”. Limitiamo l’orrore ed esercitiamo la virtù dell’indulgenza: erano i primi anni Ottanta, la psicologia aveva poco più di cento anni (se facciamo risalire la sua nascita, come tutti gli storici della materia concordano, alla creazione del primo laboratorio di ricerca psicologica a Lipsia nel 1879), le facoltà universitarie di Roma e Padova erano state istituite da meno di 10 anni, l’Ordine degli Psicologi e il relativo Albo Professionale erano una chimera, e chiunque avesse una laurea umanistico-filosofica con uno o due esami in discipline storico-psicologiche poteva asserire: io sono uno psicologo, senza tema di incorrere in sanzioni di nessun ordine e grado. Erano anni in cui lavorare ed esercitare, anzi venire rincorsi dal mercato del lavoro che iniziava timidamente ad inserire questa figura professionale negli organici, era qualcosa di possibile e di reale.

Più volte mi sono chiesta a cosa è dovuto il fascino che evoca la psicologia. Quale sarà il motivo per cui la maggior parte della gente eleva la propria soglia di attenzione e di interesse quando si pronuncia questo termine: psicologia? Di cosa è fatta la curiosità, l’interesse, il desiderio di saperne di più? E come commentare il dato che in Italia ci sono circa 75.000 psicologi, vale a dire un terzo di tutti quelli europei? (per inciso vada detto che il numero previsto dei laureati da qui in avanti è fedele a questo trend, al di là di ogni realistica possibilità di utilizzo e inserimento professionale. Ma quella della programmazione universitaria è un’altra storia!).

La risposta che mi sono data è relativa ad una indagine indiretta e quindi non speculativa che in maniera del tutto personale ho condotto nel tempo: è probabile che la psicologia, intesa come disciplina (non chiamiamola scienza, non lo è, se non per una parte di essa relativa a procedure standard di laboratorio, ma che della psicologia sono solo una parte) che studia il comportamento degli uomini e le relazioni fra essi, faccia intravedere la possibilità che sia lei ad occuparsi di noi (e non viceversa) e che in qualche maniera possa fornire in modo quasi naturale a chi la…. maneggia o a chi vi si accosta, strumenti e risorse per capire, interpretare, risolvere, e soprattutto sanare ciò che le relazioni fra esseri umani producono: rapporti, legami, conflitti ecc.

Altro aspetto degno di fascino è la possibilità di acquisire mezzi per comprendere e con cui intervenire su situazioni legate alla sofferenza psicologica, da quella esistenziale a quella più gravemente psicopatologica: in questo ambito trovano il loro humus tutti quelli che in qualche modo sentono la vocazione alla salvezza del mondo. Chi non se ne sente all’altezza, esprime l’attesa che tu lo possa fare e l’ammirazione se lo stai facendo, preferibilmente a tinte dalle forti connotazioni. Le domande rituali pertanto sono: lavori nella scuola? Sottintendendo: ti occupi di bullismo, di disadattati, di handicappati, di alunni difficili e di genitori o insegnanti ancora più difficili?

Oppure: lavori in ospedale? Sottintendendo: ti occupi di malati di Aids, di pazienti con patologie psichiatriche, di anoressia, di tossicodipendenti, di devianze sessuali, di malati terminali?
La mia risposta, ineluttabile e invariata per il solo fatto di corrispondere alla verità è: non faccio la psicologia clinica, bensì la psicologia industriale, organizzativa. La delusione è evidente: in un attimo hai perso ai loro occhi una discreta fetta di fascino e di attrattiva. Delusi ti chiedono: perché?
Ho dovuto cercare anche per mio uso e consumo la risposta. La motivazione risale all’inizio del mio percorso professionale, all’indomani della laurea.

Come già accennato erano gli anni Ottanta, nelle aule universitarie serpeggiava un fermento accademico molto acceso, e docenti e studenti erano animati da uno spiccato entusiasmo e da un forte spirito di riscatto. La legge Basaglia era di recente varo, e un certo psicologismo, ancor più della psicologia, pervadeva ogni teoria, tecnica di intervento e pratica operativa. Gli psicofarmaci erano quanto di più demoniaco e luciferino potesse esistere, e il sintomo aveva assunto una connotazione “politica”: gli schizofrenici, fino al giorno prima segregati nei manicomi e appannaggio esclusivo degli psichiatri di vecchia generazione, non solo erano (giustamente) fra noi, ma con una certa ostentazione venivano quasi benevolmente “utilizzati” per trasferire il messaggio che certi “problemi” era il tempo che diventassero di dominio pubblico e che la gente della strada si rendesse conto che talune situazioni c’erano eccome e non andavano nascoste.

Senza nessuna pratica di tirocinio (solo anni dopo, con l’istituzione dell’Albo e dell’Esame di Stato sarebbe diventato obbligatorio), l’impatto con la psicologia “pesante” fu molto …. oneroso. Ai tempi non si parlava ancora a sufficienza di Psicologia del Benessere ma ricordo lucidamente che ad un certo punto pensai: voglio occuparmi dei sani.

In realtà dopo qualche tempo, iniziando a lavorare per le aziende e nelle aziende, dovetti confrontarmi con la disillusione che certi disturbi nevrotici e di personalità, pur senza la grave e pesante connotazione psichiatrica, anzi decisamente lievi e non significativamente invalidanti, possono comunque risultare dolorosi per sé e per gli altri non foss’altro che per le relazioni “malate” che generano, nonostante una parvenza di normalità.

E comunque, si iniziava a delineare questa tendenza: in alternativa alla psicologia applicata alla cura dei gravi disturbi di personalità, e quindi ad un suo gravitare nel contesto della patologia e della sofferenza, si andava sviluppando un canale parallelo legato alla possibilità non già o non solo di far star bene chi stava male, ma di far star meglio chi tutto sommato non se la passa nemmeno tanto male. La psicologia del benessere, giustappunto. Nei vari campi in cui tale approccio ha trovato la sua applicazione (psicologia del lavoro e delle organizzazioni, psicologia dello sport, psicologia e mediazione scolastica…), la finalità era l’automiglioramento e la presa di coscienza delle proprie potenzialità, e del loro sviluppo.

Arrivati a questo punto, consapevole di far arrabbiare una folta schiera di psicologi, e rischiando di darmi io stessa in quanto psicologo la zappa sui piedi, mi assumo la responsabilità di affermare la mia personale convinzione che prima di arrivare all’utilizzo e alla speculazione psicologica, una buona dose di sano buon senso può costituire quanto meno un valido punto di partenza nel processo di ricerca di essenza e di consapevolezza. Naturalmente ad avercelo, il buon senso. Ma diamo per scontato di esserne in possesso. Qual è allora il valore aggiunto della psicologia?

Notevole, direi! Possiamo parlare delle competenze specifiche messe in campo, oppure delle conoscenze legate ai progressi delle neuroscienze e al principio ormai universalmente oltre che scientificamente condiviso che il benessere fisico è fortemente legato a quello psichico, o a quanto il benessere psichico influenzi il funzionamento del nostro sistema immunitario; oppure ancora al fatto che certi processi, come quello di ricerca della consapevolezza, siano più efficaci e lineari se condotti con una persona … altra da noi, meglio se preparata, pronta, razionale. La riflessione teorica e l’approccio operativo a concetti quali intelligenza emotiva, educazione al sentimento, vissuto corporeo negli adolescenti, analisi e gestione dello stress, e in ambito organizzativo: valorizzazione delle persone in azienda, gestione dei conflitti, sviluppo del sé ecc.: queste sono le nuove frontiere di una psicologia moderna in grado di raccogliere sfide avvincenti riguardo lo sviluppo delle menti e delle coscienze.
Ed ecco allora lo sforzo di chi si occupa del benessere: quello di far uscire la psicologia da un ambito meramente curativo e psicoterapeutico, per farla approdare mediante adeguata applicazione alla diffusione e alla divulgazione di teorie e metodi atti a migliorare la qualità della vita, in pratica a rendere migliore ciò che già c’è, o che ci può essere.

Parafrasando Enzo Spaltro, noto psicologo milanese di nascita e bolognese di adozione, considerato uno dei padri della psicologia del lavoro in Italia, possiamo riassumere in un gioco di parole l’essenza della psicologia del benessere:

Se non si riesce a far star meglio chi sta bene, chi sta male riuscirà a far star peggio chi sta bene.

 



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