|
Quando noi frequentavamo il liceo, negli anni Settanta, alcune professioni ci erano invise: l’insegnante (erano gli anni della contestazione giovanile e studentesca, e gli insegnanti c’entravano sempre! e nel mondo della scuola in gran parte era colpa loro!), gli artigiani e gli agricoltori (al Sud avevamo sotto gli occhi il fenomeno dell’esodo e dell’emigrazione, si andava al Nord e si cercava un posto certo in una grande fabbrica, dove la certezza era quella di uno stipendio fisso a fine mese, mai visto in certi contesti del Sud di matrice contadina e artigiana), il costruttore (scoraggiati dai genitori stessi i quali, pur avendo fatto fortuna in un momento in cui chiunque con voglia di lavorare la poteva fare, |
sognavano per i figli il mondo del professionismo, dietro una scrivania, al caldo, e in giacca e cravatta). Chi frequentava il liceo poteva guardare oltre a lavori come ferroviere, impiegato statale o comunale, vigile urbano, dipendente ospedaliero. Proiettati in maniera naturale verso l’università, volevamo diventare avvocati, medici, psicologi, architetti, ingegneri, commercialisti. Senza sapere bene dove e come e quanti.
Il mondo delle aziende era pressoché sconosciuto, e realtà quali Ferrovie, Sip (l’attuale Telecom), Enel, nella loro essenza statalista, erano in parte snobbate se non altro per la nostra incapacità di intuire un percorso di sviluppo professionale e carrieristico avulso da certe logiche di clientelismo e di potere. In parte era vero, le privatizzazioni sarebbero arrivate solo molti anni dopo, e c’era il sentore (nemmeno tanto teorico) che quelli fossero bacini in cui spesso, mediante il voto di scambio, l’inserimento non fosse propriamente meritorio.
All’indomani della laurea, due strade essenzialmente si aprivano davanti a noi: il libero professionismo e l’inserimento in aziende private con obiettivo la dirigenza.
Tutto molto nuovo, generazionalmente, e nessuno sarebbe stato in grado di avvertire quello che in capo ad un paio di decenni si sarebbe verificato.
L’entusiasmo era a mille, il giungere e soprattutto il restare nelle grandi città era un sogno. In più il fiorire di certi ambiti e settori quali l’informatica, contribuì ad una sorta di galvanizzazione nei giovani, che attaccarono con grinta e rampantismo il mondo del lavoro, costruendo intorno ad esso tutto il resto: famiglia, figli, acquisto della prima casa quando non anticipo per la seconda…
E tanti di noi diventarono dirigenti. Erano gli anni del boom delle Risorse Umane quale valore strategico nelle aziende, se ne parlava sempre più con frequenza, le aziende venivano convinte da frotte di Consulenti profumatamente pagati ad investire sul Capitale Umano. Si parlava di Alti Potenziali, e le aziende, alla stessa stregua delle moderne società di calcio, si rubavano i fuoriclasse fra loro, corteggiandoli a suon di benefit e di denaro tintinnante. Arrivando in taluni casi ad un vero e proprio paradosso, si rovesciava il rapporto tra aziende e candidati: non era più l’azienda a scegliere i proprio collaboratori, erano i candidati a scegliere l’azienda. Soprattutto nel mondo informatico, i Dirigenti potevano arrivare a fare i capricci come le dive degli anni Cinquanta, e mediamente cambiavano azienda ogni 1-2 anni, contribuendo alla formazione del concetto che se stavi più di due anni nella stessa azienda o non venivi braccato con un ritmo incalzante dai Cacciatori di Teste, eri a dir poco uno sfigato, uno che nessuno voleva, e che rischiava di andare fuori mercato. Di bravi erano bravi, per carità, ma soprattutto i tempi favorirono la possibilità di esprimere valori quali l’iniziativa, l’innovazione, la discrezionalità, l’autonomia di pensiero e di azione. La maggior parte dei Dirigenti si muoveva come fosse imprenditore, come se l’azienda fosse loro: erano più presso i clienti che in ufficio, prendevano in autonomia decisioni strategiche sia in termini commerciali che su aspetti tecnici e di solution, utilizzavano con piglio i benefit aziendali perché era logico, era dovuto. La posizione dei Direttori Generali e degli azionisti era: tutto purchè arrivino i risultati, il fatturato, gli ordini. E arrivavano; al di là delle capacità individuali, i tempi erano favorevoli.
Una generazione di Manager aveva posto fine alla burocrazia nelle aziende, aveva svecchiato le procedure, i rapporti, reso più veloci i ritmi, i processi decisionali; con abiti informali e orari flessibili ricevevano delega dall’alto a fare come se. I più temerari, in barba ad ogni logica di sicurezza e di temporeggiamento, ebbero il coraggio di lasciare l’azienda e di mettersi in proprio, inventando dal nulla professioni nella Consulenza nei settori emergenti (informatica, qualità totale, organizzazione, risorse umane) con notevole impiego di energie fisiche ed economiche, ma con altrettanti successi, tali per cui spesso si guardava a chi invece in azienda era restato, come ad un coniglio privo di coraggio e di iniziativa. E comunque, sia in azienda che in consulenza, i compensi erano ragguardevoli; interessante soprattutto la retribuzione variabile legata ai risultati, si iniziava a parlare di stock option, di partecipazione agli utili pur se in minima parte. Nella vita di ogni Manager il tenore si adattava e si attestava su criteri di benessere e di agiatezza. Anche il look: tutti abbiamo ancora in mente l’immagine iconografica del Manager di quegli anni: in salute, occasionalmente abbronzato, ben vestito, ventre piatto, con gli optional, gli strumenti di lavoro, la macchina, tutto a posto, tutto giusto e soprattutto ottenuto attraverso un unico elemento: tanto tanto lavoro. E tanto cuore, nel senso di passione, di dedizione, di investimento “affettivo”.

E poi piano piano qualcosa, subliminalmente, iniziò a cambiare: si scoprì che i tempi di lavoro crescevano, rosicchiavano ore al resto, in famiglia cominciava a serpeggiare qualche lieve forma di insoddisfazione, e soprattutto aumentavano lo stress, l’inquietudine, l’ansia da prestazione, e qualche blando ansiolitico (man mano sempre meno blando) faceva la sua comparsa nella ventiquattr’ore fra i documenti, i primi cellulari e l’agenda elettronica. Ma non era ancora un problema, i manager ressero la botta. Peccato che non fu sufficiente.
Probabilmente tutto iniziò con Tangentopoli: le aziende coinvolte entrarono in crisi, e quelle non coinvolte entrarono in una condizione di paura. Tutto a un tratto erano finite le vacche grasse, sia della consulenza che dei manager in azienda. Improvvisamente ci ritrovammo in un mondo industriale in cui non si sapeva più che farsene degli over 45. La crisi aveva sdoganato lo sguardo verso i giovani under 35, fino a quel momento trascurati perché ritenuti ancora da farsi: ora no, ora costavano meno e si accontentavano di più, il che in maniera arbitrariamente creativa veniva tradotto con una sola, capziosa e ingannevole parola: flessibilità. In nome della flessibilità è successo tutto il resto, ed è sotto gli occhi di tutti come un termine, un concetto può voler dire qualcosa ed esattamente il suo contrario: si è pertanto passati dalla flessibilità evocata in quanto portatrice di adattamento ed elasticità, ad una flessibilità di cui oggi è rimasto il concetto di precarietà, di temporaneità, di condizione instabile.
Parlo con un architetto, ex Dirigente in un’azienda di telecomunicazioni, 46 anni, due figli e due case (vista la separazione dalla consorte), tantissime disillusioni, mi dice: il mio sogno sarebbe di fare il fornaio.
Converso con una psicologa, Dirigente Asl, percorso di carriera gioco forza interrotto per l’arrivo di due bellissime bambine, part time forzato e qualche sacrificio di troppo, mi dice: se rinasco voglio fare il falegname.
Chiacchiero amabilmente con una avvenente avvocato, mi confida dubbi e perplessità su aspetti di vario genere legati alla sua professione, e alla soglia dei 50 anni immagina di stravolgere la sua vita professionale e aprire una libreria.
Non ci resta troppo da fare, ci sta pensando la non politica e le non riforme, e soprattutto una falsa ed ingannevole cultura a far in modo che le cose vadano come non dovevano andare. E i 45enni di oggi? C’è chi troverà un nuovo lavoro, chi si aggiusterà mentalmente adattandosi ad una configurazione inferiore quando non meno retribuita, chi troverà lavori a progetto, chi metterà un’aziendina o un piccolo ufficio, qualche single tornerà al paese dove con un pezzo di terra di famiglia e un bed&breakfast si vive ancora.
E soprattutto ognuno di noi si dovrà occupare di fare i conti con i sogni pregressi e le disillusioni. E non è mai troppo piacevole.
|