|
I risultati della ricerca scientifica non restano quasi mai confinati nel territorio ristretto della disciplina di appartenenza, ma il loro destino è di traboccare irrompendo in terreni diversi per realizzare connessioni inattese.
E’ il caso della scoperta dei “neuroni specchio”, avvenuta negli anni ’90 che ha allargato l’orizzonte della comprensione dei fenomeni neurologici e ha reso meno ardita la campata del ponte gettato tra biologia e psicologia.
Questi neuroni, presenti in particolari aree del cervello, sono attivi sia quando il soggetto compie un’azione (come i neuroni classici), sia quando il soggetto vede eseguire questa azione da un altro; questo rilievo assume particolare importanza nella illustrazione dei processi dell’apprendimento, dell’intenzionalità e dell’empatia.
|
La forza della rappresentazione è dunque in grado di determinare modificazioni fisiche nel corpo dello spettatore: questa considerazione ha provocato una contaminazione feconda tra l’ambito scientifico e quello artistico, trovando il mediatore privilegiato di questo incontro nella filosofia e ponendo le basi per una disciplina emergente che coniuga le neuroscienze con i metodi speculativi tradizionali del pensiero filosofico: la neuroestetica.
Il saggio di Chiara Cappelletto, Neuroestetica, l’arte del cervello (Laterza, Bari, 2009), affronta questa prospettiva e dedica attenzione alla possibilità di decodifica del rapporto tra artista, opera e spettatore alla luce dell’analisi del valore cognitivo e dell’interpretazione al livello metacognitivo.
Gli interrogativi sul significato dei simboli onirici di Bosch e sulla trasmissione allo spettatore di secoli successivi di un contenuto in parte forse inconscio all’autore, possono trovare nell’esplorazione delle funzioni cerebrali nuove risposte. Il distacco dalla realtà oggettiva non è una fuga verso condizioni allucinatorie, ma è aderenza alla realtà soggettiva poiché “dagli studi di neuroestetica viene dunque, infine, l’invito a distinguere tra arte e natura; sarebbe anzi proprio l’aspetto sorprendente e inusuale dell’opera a provocare una risposta che manca all’uomo abituato alla regolarità del proprio ambiente: l’opera deve disabituare, distanziare, straniare, creando quel paradossale sistema di inesauribile sorpresa che è l’arte stessa, dato il quale si può tentare l’avventura del riconoscimento.”
La fascinazione esercitata dell’incontro con l’opera dal vero, che spinge il pubblico a partecipare con entusiasmo alle mostre d’arte, potrebbe sorgere dalla esigenza di entrare in risonanza con l’Artista, con il campione che si eleva dalla consuetudine con il suo prodotto e che ci offre la possibilità di vivere, attraverso la contemplazione del lavoro, una seconda occasione virtuale per emergere dall’anonimato e sfuggire all’oblio.
|