Periodico dell'Associazione Culturale Interdisciplinare ALTANUR
  Reg. Tribunale di Napoli n.5164 del 7/12/2000







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NUMERO
55-56

gennaio - aprile 2010
anno X

Fantasia del vero
A. Scuotto
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Il mondo dei classici e noi
A. Confuorto
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La rimessa
M. Marotta
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Post Twilight Saga
S. Scuotto
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La memoria tra le immagini
A. Andria
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Istruzioni per gli Autori


La memoria tra le immagini
Armando Andria

I media lo strombazzano ed è ormai una costante perfino nei nostri discorsi quotidiani: la nostra è la società dell’immagine.
La locuzione si suole riferirla, secondo un senso comune ormai consolidato, a una società fondata sulla mera esteriorità, quindi fatua e inconsistente; a un mondo in cui la chance dell’apparire, della celebrità, si è abbassata alla portata di tutti, in cui si è dunque realizzata la celebre predizione warholiana del “tutti saremo famosi per un minuto”.
In realtà, a parere di chi scrive, ciò a cui siamo di fronte, quel che costituisce la più cogente declinazione dell’idea di società dell’immagine, è l’imponente proliferazione audiovisiva in cui siamo immersi, il surplus di immagini che caratterizza ormai stabilmente il nostro quotidiano.
Nulla è escluso al nostro sguardo. Le telecamere sui campi di calcio si moltiplicano per poterci mostrare ogni dettaglio, i canali sintonizzabili sui nostri televisori si contano ormai nell’ordine delle quattro cifre, non c’è evento drammatico o divertente o anche solo stravagante che accada lontano dall’occhio vigile di una telecamera più o meno amatoriale; Youtube ci ha resi tutti attori potenziali e spesso inconsapevoli, le nostre azioni più risibili sono diventate scene cruciali dentro sceneggiature non scritte. Se qualcosa o qualcuno rimane fuori dal nostro campo visivo, semplicemente non esiste.

I luoghi della fruizione si sono moltiplicati e in qualche modo de-istituzionalizzati: la sala cinematografica non è più il tempio collettivo delle immagini in movimento, la tv non detiene l’esclusiva della visione privata. Il consumo di audiovisivo è ormai disseminato-frantumato ovunque. Il cinema in particolare appare in chiaro affanno, scalzato dalla comodità, dalla praticità e dalla velocità di altri media. I frammenti audiovisivi disponibili su Internet attraverso i vari siti di trasmissione in streaming e i social network stanno mettendo in discussione la disposizione stessa del pubblico nei confronti del film come evento stra-ordinario, investimento preciso del tempo libero che rompe con la quotidianità. Se si escludono le grandi produzioni hollywoodiane e poche felici eccezioni, gli incassi parlano chiaro.
Quali sono le conseguenze di un contesto così mutato, un contesto che continuamente mette alla prova l’homo videns sia a livello percettivo che cognitivo, richiedendogli un’attenzione e una scaltrezza inedite rispetto al passato? Molteplici, evidentemente. Una delle più interessanti riguarda le dinamiche che hanno a che fare con la memoria.

Va da sé che la memoria è in stretta relazione con l’immagine. Senza dover scomodare Bergson, Sartre o Freud, che su questo tanto hanno da insegnarci, è un’esperienza comune e di facile verifica che la scaturigine di un ricordo compiuto sia legata all’emersione dal passato di un’immagine in qualche modo legata ad esso. Ora, se è vero che la memoria è il prodotto di una trattativa incessante tra ricordo e oblio, cioè di una continua selezione di ciò che del nostro passato decidiamo di ritenere a discapito di qualcos’altro che tralasciamo, come avviene questo processo di selezione? In un contesto come quello contemporaneo così impegnativo per l’occhio e il cervello umano, investiti da un vero e proprio diluvio di immagini, in base a quali criteri operiamo, di volta in volta, scelte così cruciali?
Si tratta di quesiti aperti, su cui la riflessione, per forza di cose, non può che essere agli inizi. Quel che è certo è l’esistenza del paradosso: nella società dell’immagine, l’immagine non può non essere la materia prima della nostra memoria, eppure lo è sempre più problematicamente e ambiguamente.
Si aggiunga a ciò un’ulteriore considerazione problematica. La proliferazione audiovisiva di cui si è detto rende sempre più ardua la possibilità di soffermarsi su un’immagine, di studiarla, di esercitare cioè una verifica della sua sostanza. Nella maggior parte dei casi ci troviamo di fronte all’impossibilità di distinguere tra vero e falso al cospetto di immagini che possiedono invece un elevato tasso di ambiguità e che perciò necessiterebbero di grande cura e attenzione; la questione dei reality show televisivi è in tal senso emblematica, ma si pensi anche ai telegiornali, con le frequenti polemiche sulla manipolazione dei servizi, o ai tanti “finti documentari” molto in voga di questi tempi.

La nostra capacità analitica vacilla costantemente e rischia infine di abdicare del tutto, lasciandosi sedurre da una efficacia emozionale ed estetica del simulacro del tutto slegata da esigenze di verosimiglianza. Questa condizione mette in seria crisi la possibilità di un eventuale utilizzo memoriale dell’immagine; il rischio che corriamo è quello di fondare la nostra memoria collettiva – e quindi la nostra identità collettiva – sul falso.

 

 

 





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