Quand’è che, noi comuni mortali, riconosciamo che l’oggetto che ci sta di fronte è proprio quello e non un altro? Per esempio una rosa? Non certo dal suo contenuto, ma dalla sua forma. Si dice che il contenuto della rosa sia ciò che le sta dentro, al suo interno cioè i minerali, le fibre, la clorofilla… Però è anche vero, che è il suo contenuto che determina la forma della rosa. In assenza di certi elementi e nelle giuste quantità, saremo in assenza di rosa.
Ma se prendessi la rosa e la tagliuzzassi, facendone poltiglia, e poi la ricompattassi come fosse pongo, otterrei nuovamente una rosa? Certamente no; e perché? Perché il contenuto della rosa che ne determina la forma, ha necessità di essere disposto secondo leggi chimiche che unendo i vari elementi in determinate forme, producono molecole che si legano tra loro, ancora una volta, secondo determinate forme.
Dunque possiamo dire che la forma è contenuto e che il contenuto ha la sua forma.

La stessa parola, significante di un significato, ha la sua forma che, quasi in ossequio alle leggi di natura, è ordine e composizione di altre piccole particelle dotate di forma propria. Mi spiego meglio: la erre di rosa, per essere riconosciuta come tale deve essere scritta, disegnata, vergata in quel modo che è il modo della sua forma.
Così la “o”, la “s” e la “a”. Queste singole forme delle singole lettere, sono adesso solo il significante di una vocalizzazione, di uno sforzo nervo-muscolare, di un suono, di una posizione alfabetica. Per ottenere il nome della rosa, debbo metterle in sequenza, nella giusta sequenza che compone la forma della parola “Rosa”. Così come per il fiore che se scomposto in poltiglia debbo poi ricomporlo esattamente nella forma originaria per riavere una rosa, così per il nome della rosa, se lo scompongo debbo poi ricomporlo in quella e solo quella forma, altrimenti potrei ottenere altre forme e dunque altri contenuti: r, o, s, a, ricomposti diversamente ottengono: “orsa”, “arso”, “sarò”, “raso”. Formazione è dunque sinonimo di creazione. Alla base del processo di formazione vi è un’informazione (dal latino “dare forma”), un’istruzione; dunque alla base di tutto deve esserci un pensiero.
Allora la forma delle cose ci parla delle cose stesse, del loro contenuto materiale, di quello formale, e del pensiero che lo ha generato. Potremmo dire che la forma è la qualità emergente del pensiero e che la materia è la forma del pensiero.
Se ciò è vero, sarà anche vero che la forma di un volto e di un corpo, a saperli leggere, mi possono dire qualcosa della persona a cui appartengono. Secondo un’ ardita interpretazione dell’origine etimologica del vocabolo “persona” proposta da Lawen in “Paura di vivere” (ed astrolabio), in cui sostiene derivare da “per suono” cioè attraverso il suono, si potrebbe sostenere che anche il tono della voce è rivelatore di contenuto personale.

E’ bene distinguere, per non confondere, forma da apparenza. L’apparenza è la falsa forma che vuol riprodurre l’originale con materiali diversi o disposizioni formali interne diverse. Un esempio del primo caso è la papera di gomma: ha la forma della papera, ma i materiali sono diversi; appare papera, ma non lo è. Un esempio del secondo caso è la nostra poltiglia di rosa, un bravo scultore potrebbe forse riutilizzarla per ridarle una parvenza di rosa, ma quella, pur costituita degli stessi materiali, non è più una rosa, appare tale, ma non è.
E’ allora evidente che la vita è forma di molte forme di vita. Tutte le forme di vita si trovano, prima o poi, ad interagire tra loro e questa relazione passa, in prima istanza, dalla forma.
Saltando a piè pari tutte le forme di ancora esistenti sul nostro pianeta, diamo un’occhiata alla relazione tra umani.
E’ ancora la forma ad avere la prima parola nella relazione umana. Dall’abito, all’aspetto fisico, al modo di parlare e di gesticolare. La stessa frase detta in modi diversi può risultare lusinghiera o offensiva, eppure il contenuto letterale è sempre quello: “come sei bella questa mattina”; è una frase che può suonare vera oppure ironica. Cosa produce la differenza? La produce il tono della voce, la lunghezza del tempo impiegato per pronunciarla, l’espressione del volto, il gesto e la postura. Ma anche il contesto, il momento in cui viene pronunciata, in risposta a quale altra frase viene pronunciata.
Nella relazione umana le variabili sono davvero molte, tanto da spingere gli studiosi ad istituire facoltà di psicologia. Dico questo perché se ciò che ho fino ad adesso considerato è semplice da riconoscere come verosimile, applicato ad una rosa, può divenire attaccabile, opinabile, discutibile se applicato all’universo umano.
Infatti vi sono situazioni in cui nella relazione umana, l’apparenza ha la meglio sulla forma.

Vi faccio un esempio divertente: vi è un prestigiatore inglese, Darren Brown che si è specializzato nella manipolazione della mente attraverso lo studio puntuale delle tecniche di Programmazione Neuro Linguistica. Fra le tante magie che egli esegue, una mi sembra si attagli bene all’argomento. Dunque lui entra in una gioielleria e chiede di poter vedere un anello con preziosi del valore di 4.500 sterline. Il commesso lo prende ed inizia la visione dell’oggetto che non dura molto. Segue una rapida decisione di acquisto ed il pagamento in contanti. Attenzione, qui sta l’inghippo, Darren prende dei fogli bianchi della misura delle banconote, le conta davanti al commesso, gliele consegna, prende l’anello impacchettato e se ne esce lillo lillo.
Questo è un caso in cui l’apparenza ha tradito il giudizio ed ha avuto la meglio sulla forma-contenuto-formadelcontenuto.
Questa è certamente una situazione limite, ma… fateci caso, forse anche noi, nel nostro quotidiano siamo vittime di tante piccole “apparizioni”.
Occhio allora perché spesso l’abito fa il monaco.
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