Periodico dell'Associazione Culturale Interdisciplinare ALTANUR
  Reg. Tribunale di Napoli n.5164 del 7/12/2000







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NUMERO
46-48

luglio - dicembre 2008
anno VIII

Gli obiettivi dell’Associazione
Culturale ALTANUR

A. Scuotto
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Il confine tra Scienza,
Storia e Mito
S. Scuotto
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Sento. Di Lucio Esposito
O. Russo
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Dal Mito al Rito
attraverso la Maschera
M. Scognamiglio
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Paradigma epistemologico
A. Ianniello
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Filiazione
L. Quintavalle
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Istruzioni per gli Autori



Del Paradigma Epistemologico

Andrea A. Ianniello

Ogni cultura nasce da certe scelte e, nel bene e nel male,
si spinge sempre fino al limitei.
Professor Sylvestre Dupin


1. Il “paradigma epistemologico” è il “criterio” cui si deve sottoporre qualunque ricerca, criterio labile, aleatorio, impreciso, nondimeno onnipervadente, ossessivo, “compulsivo”; in altre parole: costrittivo. L’attuale crisi delle Università e degli studi, che è solo l’ultimo atto di una lunga vicenda, che andrebbe periodizzata in tutte le sue fasi, non avrà nessuna soluzione se, al di là di proteste nate da fatti contingenti e da crisi economiche reali, non si mettono in questione le basi degli studi, il loro criterio fondante. Perché la sterilità del sapere moderno è ormai un dato di fatto, e non si risolve né aumentando né tagliando i fondi. Il punto vero non è lì.

2. Il “paradigma moderno” lo si può definire come l’estensione, virtualmente indefinita, del paradigma scientifico d’indagine, perché questo è, vale a dire l’estensione indefinita del cosiddetto “metodo scientifico”ii. Tutto ciò che, in un modo o nell’altro, non si conforma a detti criteri, per fittizi che siano (non ha nessuna importanza se siano veri o non, essi sono imposti, punto e basta), sarà detto “non-sapere”. In altri termini, tutte le ricerche non conformi a detti “standard” non potranno avere il “patentino” di “conoscenza”, “sapere”, ma saranno solo e soltanto poste nell’ “inferno degli eretici” (Brian Josephson), oppure relegati a “fatto soggettivo”. In ambedue i casi, chi si trova sotto la cesoia non fa una buona fine, perché perde credibilità. L’agenzia che dà credibilità è una ed una sola: ecco “il succo” del sapere “moderno”. Il “Criterion” che scevererà il vero dal falso sarà uno, ed uno solo. Ecco l’essenza della “rivoluzione moderna”. Che non terminerà con gli strumenti della modernità stessa – la “discussione” – ma con la decisione di prendere un’altra e diversa via e con la decisione di ammettere diversicriteria” d’individuazione del “vero dal falso”. Perché questo è il “nodo”.

Si è trattato di un “fatto culturale”, non “economico”: l’imposizione – de facto – di uno ed un solo criterio d’individuazione del vero/falso. La non comprensione di questo semplice fatto, dell’imposizione di un unico criterio, ha reso inutile qualsiasi critica. Giacché, qual è il valore di una critica se condivide con ciò che critica il valore di base? Nel nostro caso, si tratta della centralità dell’economico, come valore culturale, che non ha niente o poco a che spartire con l’economia “in se stessa”.

3. Lo stato attuale della “civiltà” moderna è noto, inutile ritornarvi. Qualche breve nota sul “clima” di detta “civiltà” (o: anti-civiltà): “Il vizio moderno consiste essenzialmente (…) in una certa incostanza, in una certa infedeltà, il cui meccanismo essenziale è quello di accettare in toto i vantaggi che si pretendono in molte circostanze, in molte vite fra loro inconciliabili e contraddittorie, e di rifiutare in toto, per contro, tutti gli oneri che sono invece inseparabili da quei vantaggiiii. Si vive così (si prega di passare il verbo dall’immaginario passato di Thuiller al presente…): “Di giorno praticavano il materialismo più volgare, il culto dei soldi e della merce; la sera s’immergevano in un universo astrattoiv. Molto significativo: questa partizione giorno/notte non è altro se non la vendetta del simbolismo, che si vendica imponendo una divisione duale tipica: sole/luna, maschio/femmina, ecc. ecc., ma resa distorta, inquinata sin dalla radice. Persino il mondo che segue le due illusioni fondanti la modernità vede il simbolismo, scacciato dalla porta, imporre dalla finestra una periodizzazione che però è adeguata alla falsità del mondo in cui si vive. Sì, perché la merce in effetti è un falso, una relazione sociale che si spaccia per “natura” – come già Karl Marx ben sapeva, sbagliando in tante altre cose ma non in questa -, e il mondo del “voyeurismo televisivo” in cui si vive è falso nella maniera più estrema, del tutto indipendentemente se le immagini che si fanno vedere siano vere o non. “Medium is message”, insegnava McLuhan. Il “voyeurismo televisivo” Giulietto Chiesa lo chiama “la Grande Macchina della Menzogna”. La figura del “gatekeeper”, colui che apre i cancelli, ci mostra, oltre ogni ragionevole dubbio, come si operino delle scelte, sempre motivate, tra i messaggi. Certo, non tutto è controllabile, ma è come avere la maggioranza delle azioni in una società: gli altri non potranno far nulla. Anzi, è tanto maggiore il controllo quanto meno si vede, quanto più indiretto possibile. Ancor meglio è condizionare il pubblico, cosicché il controllo se lo fa ognuno… nella sua testa!v

E questo ci riporta al punto decisivo: la conoscenza e le categorie per mezzo delle quali si scevera il vero dal falso, perché tutto iniziò lì, prima che lo si applicasse anche alla gestione dell’opinionevi.

4. E veniamo al punto, dopo questa necessaria introduzione. “Il professor Dupin aveva posto la domanda: era poi così ragionevole trasformare il razionalismo in religione?”vii. Perché questo è il punto. Che si tratti di quanto detto, ed a chiare lettere, dal premio Nobèl B. Josephson nel recente incontro a Napoli “Le Connessioni Inattese”, o di mille altri fenomeni, il punto cui ci si trova di fronte è che il razionalismo è oggi un surrogato di religione. Per questo motivo il paradigma epistemologico di queste correnti dominanti viene imposto al mondo intero senza mezze misure.

Chi non è conforme o si aggrega o è fatto fuori, brutalmente, nonostante tutte le belle fesserie sulla “democrazia”, che spariscono non appena si tocchino “certi” argomenti.

Questo è il nodo. E non si affronta discutendolo, ma iniziando a praticare con una diversa mentalità. Probabilmente ben pochi sono adeguati ad un tale “salto quantico”, per usare un’espressione vera ma della quale si abusa; in ogni caso, è interessante sottolineare come s’inizi a sentirne – sempre più chiara – l’esigenza.

Veniamo alle radici epistemologiche del problema. La modernità si basa sul “taglio” operato in due settori. Nel primo, si separa l’esperimento da ogni altra questione che possa entrare in esame in esso, allo scopo di focalizzare solo una questione tra le altre. Questa non è affatto un’invenzione della sola scienza moderna, ed è accettabile, purché si noti questo: che un tale “taglio” è accettabile solo astrattamente. Per fare un esempio, se io invento un ritrovato tecnico, esso ha determinate proprietà e conseguenze nell’esperimento. Però lo diffondo, ed entra in un mondo che non è certo quello chiuso dell’esperimento. In conseguenza di ciò, è difficile prevederne gli effetti, dei quali, comunque, l’inventore, così come tutti coloro che usano quel determinato mezzo, acquisiranno, chi più chi meno, responsabilità tacita, che lo sappiano o non. Nessun mezzo è “solo” un mezzo, perché interagisce. Sarebbe “solo” un mezzo se rimanesse separato dall’insieme che costituisce quel mondo, cosa impossibile, se voglio diffonderlo. L’alternativa è trovare qualcosa e non diffonderlo.

In parte – solo in parte -, nella meccanica quantistica si è visto che la “separatezza” che un esperimento deve presupporre per poter circoscrivere dei risultati è relativa e non può esser mai completa. Non esistono sistemi totalmente chiusi, ma la ricerca rimane sempre quella di chiudere uno spazio per determinarne meglio gli effetti.

Questo fatto risulta molto difficile nel campo, per fare un esempio, dell’archeologia. Trovo un manufatto, lo rendo disponibile, ma, rendendolo disponibile ora, l’inserisco nel continuum temporale attuale, quand’anche mi limitassi a farlo vedere solo in un museo. Nasce il problema di quale museo, in che percorso porlo, ecc. ecc. Ve ne sono mille di conseguenze.

Allora, la “separatezza” come “spazio chiuso” è relativa, ma non del tutto eliminabile, perché si vuol continuare sempre a circoscrivere un campo determinato. Nondimeno, è richiesto l’esser consapevoli delle conseguenze dell’agire, della diffusione di un ritrovato qualsiasi.

Ma non è solo questo.

5. Sì, perché c’è un altro “taglio”, del quale si è molto meno consapevoli, ma dalle conseguenze assai maggiori, e che nacque quando ci si allontanò da certe basi, ancora ben chiare nel Rinascimentoviii. E’ la chiusura al vivente e il riporre il proprio orizzonte solo sul “corporeo”. Modello della scienza moderno: l’oggetto privo di vita che agisce con scontri con altri oggetti in una situazione astrattamente “chiusa”.

Attenzione: qui parrebbe che il XX secolo si sia dato molto da fare per poter risaldare, almeno parzialmente, tale “taglio”, ma l’ha fatto nella direzione della psicologia, dello “psicologismo”. Adesso, l’ammissione di certe parti delle scienze tradizionali orientali ha “ibridato” ulteriormente il quadro, non riuscendo, però, ad attaccare il nocciolo del problema. Cosicché, oggi siamo di fronte ad una sorta di “doppio quadro”: da un lato, si vede il razionalismo pseudo-religioso, dall’altro lo psicologismo e l’attenzione alle “scienze della vita”, con conseguenze nella “naturopatia”, nell’omeopatia, e via dicendo. In realtà, si tratta di un “dualismo” di fatto che non riesce in alcun modo ad intaccare il punto nodale, cioè la visione del mondo (la famosa “Weltanschauung”) su cui si basa il paradigma epistemologico imperante. Anzi, agendo un po’ come Internet, vale a dire da “valvola di sfogo”, aiuta, di fatto, la “termoregolazione del sistema”, che deve “scaricare” il calore in eccesso che produce.

Ed allora veniamo al punto nodale, mai davvero attaccato nel XX secolo. Rimuovere tale punto significa una cosa importante: che un’intera diversa visione del mondo si schiuderà, perché la cosa non potrà non avere molte conseguenze, nei campi più diversi, dalla fisica all’archeologia, per non parlare del problema degli Ufo. Attenzione: l’altro punto, l’ “esperimentalismo”, quello ricordato qui sopra (in 4.), può rimanere com’è, con i cambiamenti che il XX secolo ha operato. In altre parole: si può continuare a portare avanti la propria attività scientifica – ma con occhio diverso – se si rimuove l’attuale imperante paradigma epistemologico. Non è una cosa da poco.

Come scrisse René Guénonix, la scienza moderna si basa su di un assunto: che le cose siano solo corpi, sprovviste di relazioni e mediazioni “qualitative” strutturalmente correlate a quel corpo. Quest’ultima precisazione non è cosa secondaria: difatti, noi conosciamo lo psicologismo del XX secolo, che nasce dall’idea di reintrodurre mediazioni qualitative nei corpi, ma sono come aggiunte, esse rimangono come un secondo aspetto, completamente trascurabile quando si giunge alle “cose serie”. Al contrario: tali mediazioni qualitative sono strutturali, correlate intrinsecamente ad ogni corpo. Ammetterlo significherebbe due cose: 1) non tutto è “manipolabile”, mentre invece il paradigma epistemologico dominate alla fin fine vuole questo, richiede questo, esige questo; 2) cosa effettivamente la scienza moderna ha realizzato nel mondo si vedrebbe in maniera più chiara. Per esempio, l’estrazione di elettricità è indipendente da “come” lo si fa, essa – salvo pensare in modo radicalmente diverso – viene dal corpo vitale della Terra, del quale oggi si prende in considerazione la parte che si “polarizza”, detta “magnetismo”. Il che spiegherebbe, in parte, la tendenza ultima mondiale all’indebolimento del campo magnetico terrestre, ed a un ritmo sorprendente.

Insomma, si dovrebbe venire al dunque, si dovrebbe ammettere che l’essenziale della manipolazione dei corpi naturali sfugge. Sta qua il vero motivo per il quale queste cose, anzi qualunque cosa che non si conformi al paradigma dominante, viene oggi così aspramente combattuta, in nome della libertà di parola e di ricerca, tra l’altro. Ed il paradossale – ma, oh quanto significativo! – di tutta questa brutta, davvero brutta storia sta in questo: che deviare di 0,1 e deviare di 10 è lo stesso. Si verrà in ogni caso estradati seduta stante nell’ “inferno degli eretici” (B. Josephson). La qual cosa, però, fa capire che la posta in gioco è divenuta piuttosto alta. Finita è l’epoca nella quale ci si poteva accontentare della messa in questione del solo aspetto “sperimentale” della scienza moderna, ben altro è in questione oggi.

Ammettiamo, dunque, per amor di discussione, che vi sia questa parte “sottile” della corporeità, sulla quale qui non ci si diffonderà, per il semplice fatto che ci porterebbe troppo lontano dal tema in esame. Non si seguirà neppure l’uso antropologico, del resto ben noto agli studiosi attuali, di chiamare quest’aspetto con il nome che questo o quel popolo nel corso della storia gli han dato. Ciò servirebbe a poco, perché sarebbe sempre quest’aspetto come concepito da quel popolo ed in quell’epoca, dunque all’interno di visioni del mondo non riproducibili, visioni del mondo delle quali possiamo parlare ma che non tornerebbero in vita per il solo fatto che ne possiamo parlare. Sfuggiamo all’illusione fondante l’Occidente: che basti parlare che “i problemi si risolvano”, le questioni si affrontino, i rapporti di forza si modifichino. Non è così. Anch’io ammetto che la parola possa provocare, nel bene come nel male, grosse cose, ma non in quanto mera parola. Di nuovo, l’Occidente si fissa sul corporeo, ma esso è relativo: basta invece che la parola sia sufficiente a sostenere quell’ “altro”, che è ciò che davvero conta, “altro” che è ciò che fa la differenza tra “parole inefficaci” e “discorso che centra”. Non è la parola che misura la parola, né il corpo il corpo.

Se così è, per esempio, allora dovremmo dedurne che i resti archeologici non sono delle mere corporeità residuali, bensì provvisti di coloriture “sottili” che hanno un effetto, e tale parte non è “psicologica”, non è una proiezione dei popoli e delle loro concezioni, ma è reale. Che, poi, la loro proiezione abbia dato forma a delle “concezioni” può esser verissimo, ma vi è una sorta di sostanza sottile, in forma di cera, per dare un’immagine, che è ricettiva alle concezioni dei popoli e delle epoche. Non è dunque, mera “psicologia”, dove si è arenato il Novecento.

Venendo agli Ufo: e se fossero strutture sottili dotate di conseguenze corporeex? Sarebbe la dimostrazione che i due ambiti, ben lungi dall’esser così separati come l’ illusione che sostanzia la modernità sostiene, sono al contrario sempre uniti. Si tratterebbe di “aprire” gli occhi su ciò che già è, ma una possente illusione collettiva – anch’essa “qualificata”, anch’essa con delle caratteristiche “sottili” e non meramente “corporee”xi – della e dalla quale occorrerebbe liberarsi. O, almeno, iniziare a farlo. O, come minimo, sentire che sarebbe giusto cominciare a farlo.

L’acqua. Ma ci si chiede perché i santuari spesso sono legati alle fonti d’acqua oppure a corsi d’acqua nascosti? Se questa sostanza sottile – in qualche modo – è collegata preferibilmente (ma non unicamente) a ciò che è vivente, allora, essendo il vivente caratterizzato dalla presenza massiccia di acqua, non sorprenderebbe questo fatto. Insomma, siamo qui in presenza di uno sguardo passeggero e limitato su realtà molto antiche, che si vedono anche nei miracoli di liquefazione del sangue, per esempio, nell’omeopatia ed altro.

Tutto questo è parte di un quadro diverso. Il problema vero è segnare una frattura con il passato moderno, ben sapendo – e voglio dirlo con chiarezza – che ciò avrebbe senso, a sua volta, in un quadro ben più vasto, del quale l’andare oltre il paradigma scientista moderno sarebbe solo un elemento, fra degli altri, ma da non sottovalutare. Un taglio si segna cominciando a pensare diversamente, a dare importanza a degli altri aspetti, cosa che il Novecento ha fatto in modo caotico, senza un centro comune, senza fissare un nucleo nella visione cui voleva confusamente opporsi, senza unire le forze (il che è anche peggio).


i Da: Pierre Thuiller, La Grande Implosione. Rapporto sul crollo dell’Occidente 1999-2002, Asterios editore 1997, p. 11. S’immagina che l’Occidente sia crollato – più o meno quel che si sta vivendo, ma come se l’Occidente non fosse ormai il mondo -, e, dopo il crollo, una Commissione si riunisce per esaminare perché, pur avendo avuto ogni sorta di avviso, gli occidentali moderni fossero rimasti così sordi al fatto. E si cita il fantomatico professor Sylvestre Dupin, studioso “della fine delle civiltà”.

ii Da Feyerabend criticato “in illo tempore” in: Contro il metodo (a cura di L. Sosio), Feltrinelli 1979. Si badi alla data dell’edizione italiana! Quella in inglese è di quattro anni prima…!

iii In ibid., p. 39.

iv In ibid., p. 61.

v “Un tempo il progresso era stato senza dubbio ardente e allegro ma, paradossalmente, l’Occidente del declino trascorreva il suo tempo a innovare, informatizzare e robotizzare nella più nera cupezza: pur essendo frivolo, non era allegro. (…) Quest’epoca, secondo il professor Dupin, era sepolcrale e negativa, e cioè votata ai rifiuti, ai comportamenti d’evasione o di fuga” (ibid., p. 69, grassetto mio). Votata ai comportamenti “compulsivi”, detto in altro modo. “Come ci dimostrano i documenti più sicuri, bisognava continuamente schivare minacce e ‘difendersi’” (ibid.). Arci-verissimo, è proprio così. Ma si rifletta sul termine oggi dominante: difendersi… Non è segno di un profondo ed irreversibile “cambio di corrente mentale”?

vi L’opinione è tutto in democrazia, che è un nome sbagliato per quel che c’è ora. Chiamiamolo piuttosto “doxacrazia”, dominio dell’opinione. Chi controlla l’opinione, controlla il mondo.

Sull’applicazione di certi criteri al dominio dell’opinione, dunque al dominio della masse, cfr.: http://decemberwolf.splinder.com/archive/2006-06

vii In Thuiller, La Grande…, cit., p. 21, grassetto mio. “Qualsiasi tentativo di eludere l’ ‘irrazionale’ è irrazionale” (John Cage, Silenzio, Feltrinelli 1971, p. 37)

viii Per Paracelso, ad esempio; cfr.: Walter Pagel, Paracelso, Il Saggiatore 1989.

ix Ne: Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, Adelphi 1982.

x “Il problema [degli Ufo, nota mia] resta dunque definitivamente circoscritto in questa doppia conclusione che, con la sua apparenza d’irriducibile dilemma, ha scoraggiato molti ricercatori: gli Ufo esistono ma non sono quello per cui vogliono farsi passare. (Non diciamo, si stia ben attenti: quello per cui li scambiamo. Poiché, sulla base di quello che abbiamo già detto (…) pensiamo di aver sufficientemente dimostrato che sono loro i veri padroni del gioco). Jung, per quanto rifiutasse di ammetterlo, (…) nondimeno intravisto la vera natura del fenomeno – la sola soluzione possibile in effetti: ‘L’opinione secondo cui potrebbe trattarsi di un qualcosa di psichico che fosse provvisto di certe qualità fisiche sembra ancor più improbabile; poiché, da dove verrebbe una simile cosa’?. E’ proprio quest’origine esterna alla psiche umana che Jung non poteva accettare, poiché (…) scalzava radicalmente le basi della sua teoria” (Jean Robin, Ufo, la grande parodia, Edizioni all’insegna del Veltro 1984, p. 70). Un qualcosa che, psichico, ha conseguenze corporee è quanto di assolutamente inaccettabile alla mentalità moderna rivista in senso “tardomoderno” con l’attenzione a tutto ciò che vi è di psicologico – quel che, poi, Jung auspicava e del quale fu antesignano. Ammettono di più qualcosa di corporeo che abbia effetto psichico, senza rendersi conto che ammettere quest’ultimo implica ammettere anche l’altra metà del Cielo. Questa doppia natura del fenomeno si palesa anche di più nella questione dei “Crop Circles”, i Cerchi nel Grano. Che taluni siano falsi è possibile, ma non inficia il fenomeno. E che la causa sia un intervento Ufo oppure una stranissima sorta di setta che, in tutto il mondo, secondo dei ritmi e delle ragioni oscurissime, fa questi Cerchi con disegni esattissimi e forme sempre cangianti, è solo questione di gusto. Perché, in ambedue i casi, si deve presupporre una sorta di “regia unica” dell’intero fenomeno, regia che sembra più quella di un culto – dunque qualcosa di “psichico” – che qualcosa di “corporeo”, fatto per la bellezza dei disegni o quant’altro. Inquietante in ambedue i casi.

xi Per questo è insufficiente la mera discussione se non vi è la “decisione”. Se, insomma, non vi “altro” anche qui. E’ che le cose non si salvano da sole, né si spiegano in se stesse, ma richiedono “altro”. Dunque la ricerca sarebbe: che cos’è che può “propiziare” il vero cambiamento? Tale mi sembra il nocciolo vero delle cose

 




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