A chi entrando in una chiesa o in santuario non è capitato di fermarsi a osservare, incuriositi, quelle pareti ricoperte di manufatti votivi?
L’ex-voto è tra le espressioni più antiche e interessanti della religiosità popolare. Deriva dal latino “votum” e significa promessa di fede alla Madonna o ad un Santo, a seguito di una guarigione improvvisa o per essere scampati, miracolosamente, ad un pericolo. È l’atto finale di un processo in cui il graziato, la santità o le divinità sono stati sempre in contatto, dal momento della materializzazione dell’evento infausto all’esposizione finale del voto a grazia ricevuta.
L’utilizzo degli ex-voto come forma di gratitudine è un fenomeno molto antico e risale certamente all’epoca pre-cristiana. Anche nell’antichità, infatti, i devoti di una divinità erano soliti portare al tempio oggetti per chiedere un intervento soprannaturale a proprio favore o semplicemente per ringraziare dell’avvenuta intercessione.
Esempi così antichi si possono trovare nel Museo Campano di Capua (Ce) che conserva un’importante e rara collezione di sculture votive, chiamate “Madri”. Queste statue in tufo, riproducenti una donna seduta con uno o più bambini tra le braccia, costituivano l’ offerta propiziatoria alla “Mater Matuta”, antica divinità italica dell'aurora e della nascita.
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Già prima degli Etruschi e dei Romani, le pratiche votive erano diffuse presso i popoli del bacino del Mediterraneo e in Oriente. In numerosi scavi archeologici sono stati ritrovati oggetti forgiati per questo scopo: piccole sculture in terracotta o bronzo e riproduzioni di parti anatomiche, oggetti creati e devoluti come offerte ad una divinità in segno di devozione per la “miracolosa” guarigione. |
I musei archeologici offrono una cospicua testimonianza di questo genere di manufatti che, seppur di irrilevante valore artistico, rappresentano un documento demoantropologico di grande importanza e dunque meritevoli di essere valorizzati per il loro spessore socio-culturale.
Nel Museo Archeologico di Segni, in provincia di Roma, si conservano, nella sezione dedicata all’Acropoli, numerose statuette votive offerte alla dea Giunone Moneta. Oltre alle statuette ci sono parti anatomiche, in terracotta, che rappresentano: braccia, mammelle, uteri, etc.
Nel mondo cristiano pratiche votive sono documentate a partire dal IV secolo. Al Quattrocento risalgono alcune tavolette dipinte che mostrano come l’arte di questo periodo abbia influenzato questo tipo di ex- voto. Si pensi, ad esempio, alle tavole o pale d’altare con scene di santi nelle predelle, opere di importanti artisti come Piero della Francesca, Giovanni Bellini o Gentile da Fabriano.
Il Santuario di Madonna dell’Arco (Na), ad esempio, ospita al suo interno uno dei più interessanti Musei di ex-voto di tutta l’Europa. Il Museo raccoglie oltre 8000 tavolette pittoriche che risalgono al 1500, a queste si aggiungono numerosi altri oggetti, differenti per tipologia e fattura, che testimoniano la devozione e la storia di tanti fedeli.
Testimonianze di culto sono disseminate nei musei, nelle chiese e nei santuari di tutta Italia, sebbene con peculiarità diverse da paese a paese. Nel corso dei secoli si è assistito ad una continua trasformazione tipologica degli ex-voto ed alla fusione di diversi codici comunicativi. Nel Novecento si continua con i manufatti pittorici dei secoli precedenti, introducendo però nuovi materiali come: il compensato, la masonite, la maiolica, la seta, la pergamena e soprattutto il cartone. Con la nascita della fotografia (XIX secolo) si verifica un cambiamento nell’allestimento votivo. Dalla prima guerra mondiale in poi è iniziata l’usanza di incollare in un angolo della tavoletta votiva la fotografia del miracolato.
Inizialmente la foto viene utilizzata come elemento aggiuntivo per testimoniare ed identificare il protagonista dell’evento prodigioso, come se fosse una sorta di firma. Successivamente diventa essa stessa ex-voto. L’immagine del vovente-miracolato è l’unico elemento figurale presente nella composizione votiva, talvolta accompagnata da un testo scritto con funzione narrativa. Ciò che merita di essere sottolineato, però, è il persistere di un comportamento devozionale che è riuscito ad assorbire un linguaggio iconografico moderno come la fotografia. I cambiamenti socio-culturali e le nuove forme di comunicazione hanno influito significativamente sulle modalità di organizzazione ed esplicazione del culto popolare. Si è passati, così, dall’ ex-voto oggettuale realizzato con materiali diversi, (statuette in terracotta, tavolette dipinte, oggetti comuni e personali come siringhe di tossicodipendenti, trecce di capelli, ceramica, stoffe, etc.) all’ ex-voto fotografico.
Il manufatto votivo rappresenta un modo per liberarsi dal male superato, reso innocuo dalla fissione tra le pareti del santuario, ma anche il bisogno di mostrare il contatto con il divino.
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In questa sua connotazione di pubblicazione di un evento vissuto, l’ex-voto può considerarsi come una sorta di micro-agiografia. Il protagonista vive, per un breve periodo della propria esistenza, un’esperienza “al limite”, nella quale stabilisce un contatto con l’Alterità.
In questa sua connotazione di pubblicazione di un evento vissuto, l’ex-voto può considerarsi come una sorta di micro-agiografia |
. Il protagonista vive, per un breve periodo della propria esistenza, un’esperienza “al limite”, nella quale stabilisce un contatto con l’Alterità.
n questa dimensione di “soglia” confluiscono tutti i significati del vissuto umano e storico della reliquia; in esso il dato reale convive con l’immaginario. La rappresentazione figurale di uno stato di malattia, una dichiarazione medica, la ricostruzione fotografica di un incidente, la protesi, l’arto di cera o in lamina d’argento, assumono una funzione emblematica, in quanto non si tratta di evocazione della realtà ma di vere e proprie attestazioni comprovanti la veridicità di quanto accaduto. La conferma di ciò viene dagli stessi fedeli che entrando nel santuario si recano nel luogo in cui sono affissi gli ex-voto e toccandoli fanno il segno della croce. E’ come se il contatto con queste reliquie rappresentasse una specie di viatico con la potenza alla quale esse rimandano. L’esperienza di comunicazione con la dimensione extraumana, nella concezione popolare, si identifica tanto con la potenza del Bene quanto con quella del Male.
Questo varco verso l’alterità deve essere chiuso per evitare che le due realtà, quella umana e quella divina (positiva o negativa) si fondano determinando la confusione tra il quotidiano e l’eccezionale. Ecco, allora, che tutto ciò che si riferisce a quella esperienza eccezionale viene chiuso all’interno del manufatto votivo, per poi trovare una sua collocazione all’interno dello spazio sacro del santuario, il più vicino possibile alla raffigurazione della potenza riconosciuta oggetto di culto. Dunque l’ex-voto si pone come immagine sacra, in cui il divino è rappresentato e fissato nel momento della sua interazione con l’umano. Proprio per questo motivo l’ex-voto, appena confezionato, riceve la benedizione del sacerdote ottenendo in questo modo il riconoscimento di oggetto sacro. Attraverso la ritualità del pellegrinaggio, l’ex-voto è allontanato dallo spazio e dal tempo storico del quotidiano per entrare nello spazio e nel tempo mitico del luogo di culto. L’itinerario che porta all’offerta votiva parte dall’evento, passa attraverso la richiesta di intervento soprannaturale, continua con il suo esaudimento, prosegue con il pellegrinaggio e si conclude con l’esposizione dell’offerta votiva. Con l’affissione sulle pareti del santuario, il manufatto votivo va a ricomporsi all’interno della narrazione agiografica del santo o della Madonna, affermandone ed espandendone la potenza.
In questo modo, la storia del santo è ricontestualizzata e riportata alla concretezza del vissuto, del tempo, dello spazio e del linguaggio del devoto. Le due storie, quella del santo e del devoto, così fuse, agiscono in un tempo dilatato e mitico in cui entrambi convivono realmente nelle rispettive possibilità e capacità di interazione.
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