Periodico dell'Associazione Culturale Interdisciplinare ALTANUR
Reg. Tribunale di Napoli n.5164 del 7/12/2000







Mail
Info
 

NUMERO
43-45
gennaio-giugno 2008,
anno VIII


LeConnessioniInattese.it
A. Scuotto
....................................................
La comunicazione e i suoi messaggi occulti
C. Attena
....................................................
Informazione, formazione e potere politico
G. Piccolo
....................................................
Le bugie dello sviluppo
A. Iacuelli
....................................................
Le vie infinite dei rifiuti
M. Germano
....................................................
Ex-voto
M. Scognamiglio
....................................................
Come ce la raccontiamo
ArcoLario
....................................................




Scarica il numero intero


Informazione, formazione e potere politico
di Giuseppe Piccolo
Relazione al Seminario: “Due più due fa cinque” 7 aprile 2008 - Biblioteca di Villa Bruno – S.Giorgio a Cremano - NA

Sembra quasi prosaico affermare che i discorsi dei politici sono fondamentalmente finalizzati a produrre un effetto emotivo sugli ascoltatori, piuttosto che alla reale comunicazione. E’ noto che il celebre discorso di Pericle sulla democrazia, se è stato fedelmente riportato da Tucidide, è senza dubbio una visione assai fantastica del come effettivamente andavano le cose della politica in Atene. Del resto, lo stesso Platone dichiara esplicitamente che si può e si deve mentire al popolo.1
L’andamento del rapporto tra politica, o meglio, tra potere e popolo è stato quasi identico a se stesso fino all’alba del XX secolo. Il volere dei sovrani assoluti scendeva sui sudditi come volontà divina, con poche possibilità di replica. Ed anche quando il potere passa al popolo a causa di violenti rivoluzioni – quella inglese della prima metà del XVII secolo e quelle francese del 1789, che si caratterizzano per la condanna a morte del re – il potere è tenuto da piccole èlites, che manovrano a piacimento le masse.



Le masse

Solo con l’avvento del suffragio universale - parziale o totale - le masse cominciano a determinare i movimenti della politica, sia attraverso il voto, sia mediante le grandi organizzazioni come i partiti, i sindacati, i movimenti. Non a caso, tra le tante possibili definizioni, il Novecento è stato chiamato “secolo delle masse”. La politica, così, deve sottomettersi alla psicologia delle masse, se vuole condizionarle.
Ma qual è la psicologia della massa? Il fatto che essa sia una moltitudine non le conferisce un carattere stabile ed unico. Essa obbedisce ad un sofisma, nel senso che se l’osserviamo da lontano, ci sembra immensa, potente, ma vista da vicino, essa è instabile, fluida, voltagabbana, come lo può essere un singolo individuo. 2
Se sottoposte a particolari impressioni, suggestioni, le folle assumono multiformi aspetti psicologici. Vi sono perciò le folle solo numeriche, quelle che non si esprimono in modo particolare e quelle psicologiche. Le prime, essendo definibili solo dal numero, non da particolari suggestioni; anche se il numero stesso è “suggestione”, visto che nelle grandi manifestazioni gli organizzatori ci tengono a diffondere ai media numeri esplosivi, che puntualmente la Questura dimezza.
Le folle psicologiche, invece, sono caratterizzate dal grado di eccitabilità, da un modo di percepire, avvertire le cose, i suoni, i colori, le parole in maniera totalmente diversa da quella dei singoli individui che le compongono. Un esempio eclatante lo abbiamo nel comportamento di alcuni giovani che allo stadio si atteggiano e fanno cose che da soli non compirebbero mai; da qui spesso sorge la meraviglia dei genitori nel sentire accusati i figli di reati per loro assolutamente impensabili. L’individuo si sente dotato di un potere invincibile, quando è immerso nella folla, subisce un effetto mentale tale da compiere atti che trascendono l’interesse personale per un fine collettivo che non sempre può assumere connotazioni negative; l’esito può essere espressione anche di gesti eroici, coraggiosi, che mai il singolo avrebbe fatto decidendo da solo. Molto spesso sul comportamento gioca un ruolo essenziale la suggestionabilità, che muta l’io in un soggetto ipnotizzato, come se le sue facoltà razionali, la sua personalità fossero sospese in relazione all’operato della folla. Quando il livello di suggestionabilità è molto basso, è facile corrompere i sensi e la ragione della folla, utilizzando immagini particolari, intense, commoventi, accompagnate da suoni e parole altrettanto efficaci. Così ciò che è meraviglioso, incredibile, leggendario, cioè tutte cose che ad un uomo razionale apparirebbero come tali, alle masse sembrano reali ed autentiche. 3

 

1 “ Se a qualcuno sarà dato il diritto di mentire , questo spetta soltanto a chi ha il governo della città…quando lo esiga l’interesse dello Stato, nessun altro ha il diritto” Platone Repubblica 409 e 410
2 Questi milioni che hanno per legge dell’esistenza il prima essere come gli altri .. cotesta massa di scimmie fa impressione d’essere qualcosa, molto, una forza immensa E per i sensi è anche così, ma idealmente tutta questa massa, questi milioni, contano zero sono esistenze sprecate, perdute (Kierkegaard) Il cicalante squadrone di scimmie che non dicevano nulla, nulla , nulla, ma lo dicevano forte Bradbury Fahrenheit 451pag 52
3 Esiste un mostro affamato ….questo mostro famelico è il Pubblico, questo essere divorato dalla disperazione di trovar qualcosa di cui sparlare... qualcosa da farci sopra quattro chiacchiere (Kierkegaard)

Non dimentichiamo il grande lavoro dello storico Marc Bloch, quando ha studiato il processo psicologico e culturale che nel Medio Evo attribuiva ai re di Francia la capacità miracolistica di guarire i malati di scrofolosi con la sola imposizione delle mani unte con un olio santo.
Colui che è in preda a suggestioni finisce per abbandonare i freni inibitori, il suo Super Io – come direbbe Freud - per cadere vittima dei suoi istinti, i quali, come i celebri cavalli del carro platonico, possono condurlo o verso l’alto, cioè verso azioni nobili, coraggiose, oppure verso il basso perduto dentro azioni ignobili e delittuose. Hannah Harendt ci ha disegnato efficacemente la psicologia dell’uomo comune vittima della suggestione, allorché ha rappresentato la “banalità del male”, sostenendo che ad operare come terribili carnefici, durante il nazismo, non sono stati particolari uomini dotati di un prepotente istinto sadico, ma uomini comuni, si direbbe gente come noi, completamente destrutturati nella loro coscienza, privi di ogni barriera morale, vittime e carnefici nello stesso tempo di un potere invasivo quale è quello totalitario, che ha la peculiarità che non solo prende il tuo lavoro, ma s’impossessa soprattutto della tua anima, del tuo cervello.
E. Fromm spiega il precipitare dell’uomo del Novecento nel baratro della violenza, facendo riferimento alla perdita d’identità dell’uomo ottocentesco: il rapido passaggio d’intere classi dal mondo agricolo a quello industriale, la scomparsa di relazioni sociali, la distruzione dei valori tradizionali, la tragedia della prima guerra mondiale hanno svuotato l’individuo della sua umanità ed egli, per tutelarsi, si è dato alla società più forte che, in cambio, gli dà una nuova fisionomia, a patto di accettarne i suoi tre principi e cioè l’autoritarismo, il conformismo da automi, la distruttività.
Il conformismo da automi ci fa riflettere sulla peculiarità dei processi logici delle folle. La folla, infatti, non procede con ragionamenti discorsivi, dimostrativi, ma opera per associazioni e generalizzazioni, che sono in massima parte semplificate. L’uomo politico sa bene che la folla non procede per processi dimostrativi, che appaiono troppo lunghi e complicati, perciò si rivolge ad essa con frasi brevi, efficaci, che ripetono concetti semplici, ma iterati.
Molto importante è oggi il ruolo dei mass-media, che traducono il messaggio politico del leader in un messaggio semplice, come se fosse proposto da uno come noi. D’altronde e’ noto che tutta la campagna elettorale delle presidenziali americane è condotta da esperti nella comunicazione, che curano l’esposizione verbale fin nei minimi dettagli, ponendo attenzione anche a tutta la semiologia esteriore, a quei segni, cioè, che il candidato esprime, ad esempio, con la postura, col vestito o la cravatta e che hanno effetti valoriali sull’elettorato muovendo in un senso o nell’altro migliaia di voti.



In Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, le signore che ascoltano i candidati in tv confrontano con attenzione non le posizioni ideologiche, ma la fisionomia e perfino il suono dei cognomi, attribuendo le loro simpatie a quello più bello, il quale ha pure un cognome dal dolce suono, Noble, non certo il suono sgradevole: Pork, dell’altro candidato!
I politici sanno di dover presentare il loro programma più con forza oratoria, che per pregnanza dei contenuti; utilizzando le formule del discorso che appartengono ai luoghi comuni: l’infame capitalismo, il subdolo operaio, il violento immigrato, ecc… E d’altronde il programma dev’essere generico, tale da prestarsi ad ogni interpretazione, e mai stringente, per non essere in seguito smentito.
L’avversario politico è sconfitto anche attraverso accuse demagogiche, ma così verosimili da essere ritenute vere. Più volte abbiamo visto che, nella tensione politica, la ripetizione dei concetti e anche la loro traslazione di significato conducono ad un solo fine, quello di demonizzare l’avversario, di renderlo nemico da abbattere e addirittura da presentarlo alla folla come l’incarnazione del Male, perché si sa che l’effetto di un discorso politico proposto in termini demagogici è maggiore se si coalizza la folla contro qualcuno, contro un nemico acerrimo da sconfiggere definitivamente.
Più volte i discorsi politici si intridono di populismo in quanto non mancano argomentazioni che richiamano alla difesa della propria etnia contro le altre; pure è populista il continuo richiamarsi al volersi trincerare all’interno di una comunità, da tutelare contro gli altri, dai quali ci si deve distinguere in tutto, consolidando il principio della piccola patria dove si possono vantare radici comuni, federalismo etnico e politica economica protezionistica. E’ populista l’appello del politico diretto al popolo, contestando l’istituto della rappresentanza dei partiti, dei sindacati, del parlamento. A prima vista egli sembra proporre una forma avanzata di coinvolgimento del popolo, sollecitando un dialogo diretto sui temi più immediati e meno razionali, proponendosi come difensore diretto delle folle, surrettiziamente, però, egli dà luogo a quella che è stata definita da Telmon la “democrazia totalitaria”.
Un folla non può fare a meno di un capo, il quale molto spesso è più un uomo di azione che di pensiero. I capi sono solitamente pronti a sacrificare tutta la loro vita privata e talvolta anche la vita stessa per il trionfo di una causa, di una fede. In alcuni casi vi sono capi che, di slancio, si trovano ad essere punto di riferimento per le folle, ma che rapidamente cedono per mancanza di costanza, è il caso di Lafayette; in altri, invece, è presente una volontà duratura che li porta fino in fondo al loro destino.
Un capo è tale se gode di prestigio, di carisma, che può essere frutto di eventi reali – come la ricchezza, la gloria militare, le capacità diplomatiche – oppure se è artefice di situazioni che vengono enfatizzate da altri, fino ad assumere contorni da leggenda. Tutto il prestigio è, però, legato ad un filo sottilissimo che è il successo. Appena gli eventi cominciano ad essere contrari, l’alone leggendario inizia a scemare e la folla distrugge rapidamente la divinità che essa stessa aveva creato. Esempi celebri sono Cola di Rienzo e Robespierre, che, abbandonati da tutti, sono condotti a morte senza che nessuno dei vecchi sostenitori alzi la mano in loro difesa.

Comunicazione politica e mass media

L’uso di radio, televisione, cinema e internet ha contribuito a dare il senso di una maggiore apertura ai canali della democrazia per una forte crescita dell’informazione e quindi del controllo che l’opinione pubblica può esercitare sul potere politico. Ma, nel contempo, sappiamo che, a causa di un uso distorto, si può avere anche un effetto di riduzione dello spazio democratico, in quanto la partecipazione si può ridurre a plebiscitarismo, a forme di populismo, dove, più che la ragione e la critica, prevalgono l’immagine, il personalismo e la “quarta camera“ rappresentata dai talk show.

E’ stato notato che il mercato, con i suoi sistemi di pubblicità e propaganda, ha nettamente influenzato il messaggio politico, con una forma di mercificazione della sfera pubblica nella quale ad un Grande Fratello si sostituisce un Grande venditore (Rodotà).
H. Kissimger ha, poi, efficacemente sintetizzato il rapporto tv-politica, affermando che “la tv rende la vita e le scelte politiche a respiro corto, perché corto è il respiro della tv”
I momenti più coinvolgenti, che più danno il senso di un’esplosione di democrazia sono le forme di partecipazione diretta rappresentate dal televoto e dai sondaggi.
Se, però, si esamina con attenzione critica il televoto, che potrebbe essere utilizzato anche negli scenari politici per aumentare il grado di partecipazione, di controllo, di decisione dei cittadini, il forte rischio è quello di tradurre il sistema democratico in un mosaico frammentato dove giocano dei sì e dei no espressi acriticamente, con una forte deriva plebiscitaria. I cittadini vengono ridotti ad utenti e la stessa comunicazione politica, che una volta era tutta filtrata attraverso i passaggi analitici dei partiti, dei sindacati, dei movimenti, viene spersonalizzata e ridotta a pura immagine vuota.

Proprio la frammentazione dell’elettorato, la sua scomposizione più volte richiamata dai sondaggi e televoto, spinge la nostra riflessione all’equiparazione di politica e mercato. Come accade nelle indagini di mercato in cui i consumatori vengono sondati per età, aree geografiche, cultura, ecc. così in politica si stanno studiando proposte per politiche settoriali, indirizzati ai gruppi - visti come ricettori di prodotti - fino a giungere alla rappresentanza politica corporativa, acquisita dal programma politico generale, ma sentita e vissuta come parziale, rivolta ad un settore della vita pubblica. A tal proposito si possono fare numerosi esempi: dalle manifestazioni di protesta dei tassisti romani a quelle dei padroncini camionisti e dei controllori di volo, i quali tutti fanno riferimento a precise parti politiche come numi tutelari, perché referenti elettorali.
Il sondaggio dell’opinione degli cittadini sembra essere il mezzo più consono alle espressioni della democrazia: chiedere alla gente cosa ritiene più opportuno, possibile, equilibrato in merito ad una questione appare il sistema più idoneo alla circolazione delle idee e quindi alla manifestazione del pensiero dal “basso”. Sappiamo, però, che il sondaggio è oggetto di letture diverse e pone problemi d’interpretazione. Innanzitutto pesa il dato che “pochi” parlano per “tutti”: più volte i sondaggi vengono presentati come opinione della gente, salvo poi a precisare il dato significativo e cioè che essi solo rilevati su campioni anche minimi di popolazione.

Ma ci sono altri quesiti che dobbiamo porci
: chi opera col sondaggio quale campione ha scelto? Quale profilo di opinione pubblica vuole che emerga? E perfino, quale incidenza sull’agenda della politica, ovvero su quali tempi e quali modalità di essa desidera avere una certa influenza?
Si pensi, ad esempio, a quelle indagini martellanti su particolari eventi di cronaca nera o di politica internazionale (pace, guerra, terrorismo, religioni, ecc.) nelle quali il tema deve emergere prioritariamente per favorire una certa propensione ideologica. Il povero telespettatore è sommerso dalle cifre, che a malapena riesce ad intendere e che, pur non essendo false non sono nemmeno vere, sono verosimili perché costruite in un certo modo in quanto il loro scopo non è quello di rappresentare una realtà, ma è quello di orientare un’opinione.
Così utilizzato, il sondaggio diventa un intrusivo strumento per operare sull’opinione pubblica, frenandone o stimolandone certe sensazioni, piuttosto che essere un mezzo che semplicemente registri il dato.
Nella recente campagna elettorale sì è sentito usare il concetto “quota di mercato” per indicare una fascia di elettorato. Non credo che la cosa abbia fatto un effetto particolare, poiché nessuno lo ha corretto o lo ha sottolineato come un segnale specifico di una tendenza quale quella di spostare sempre più la politica dal suo proprio contesto a quello della logica di mercato.
Questo si osserva sia in aree internazionali sia nella nostra e dimostra sempre più il senso di tale slittamento che è molto grave in quanto, mentre nella pubblicità commerciale vi sono Enti ed Associazioni che vigilano e in qualche modo tutelano il consumatore, in quella politica non esistono controlli – tranne il rispetto delle regole comuni proprie delle campagne elettorali – e, di conseguenza, il cittadino è in grado di verificare il grado di veridicità di alcune affermazioni solo dopo il voto.
Come nel mercato per la sponsorizzazione di un prodotto si sceglie una ben precisa area socio-culturale-economica, così oggi la politica si allontana sempre più dagli spazi ad essa tradizionalmente deputati - le tribune politiche - e va verso i programmi televisivi d’intrattenimento, perché “conosce” bene la tipologia di spettatore presente in quel momento, ne conosce le richieste, le ansie, perfino i desideri, così da potersi rivolgere direttamente a lui, utilizzando anche un buon grado di spettacolarizzazione e di personalizzazione. Non mancano mai, infatti, riferimenti alla vita privata - è uno di voi che vi parla - che l’uomo politico navigato utilizza per calamitare su di sé il gradimento del pubblico. Tony Blair lamentava i toni talvolta scandalistici della stampa politica, sempre alla ricerca di scoop sensazionali, ma egli dimenticava che la politica, spesso, offre il fianco destro affinché la stampa utilizzi quei toni, come quando dal potere politico vengono affermazioni menzognere (come nel caso delle armi di distruzione di massa in Iraq) o come quando ci si comporta in modo indegno verso l’avversario politico (è il caso del comportamento di alcuni parlamentari italiani).
Trasmissioni “su misura”, provocazioni spudorate, visibilità esagerata, strategie per dirottare i cittadini su notizie diverse per allontanarli dall’attenzione verso un tema caldo della politica. Tutto ciò ha trasformato il popolo dell’elettorato in pubblico, spettatore, per il quale il ragionamento, la discrezione, il confronto democratico contano poco o nulla.
Occorre, dunque, fare attenzione all’uso dei mass media, poiché essi non sono neutrali, indifferenti, ma incidono invece pesantemente su chi li utilizza e su chi riceve il messaggio.
I mass media, secondo la celebre definizione di Mc Luhan, sono distinguibili termicamente in freddi e caldi, nel senso del loro impatto sensoriale su di noi. Sono caldi se sollecitano un solo senso e lo espandono mediante un elevato grado di informazione, mettendo l’utente nella condizione di ricettiva passività (es. la radio); sono freddi se coinvolgono più sensi in profondità ed il livello di informazione è più debole rispetto alla soglia “calda”, provocando nell’utente la necessità di un completamento di informazioni, che coinvolgono la sua personalità (es. la tv).
Raccontano le cronache che nei duelli verbali tra Nixon e Kennedy il primo fu superiore all’altro per rigore di argomentazioni e contenuti, ma che, presso il pubblico degli spettatori, Nixon risultò perdente e poco comunicativo, poiché il mezzo televisivo, mezzo freddo, ne rimandò un’immagine falsa, stravolgendo i reali rapporti tra i due contendenti.

Il potere tra soggetto e predicato

Osservare il potere politico in un’ottica di dominio assoluto, come affermazione del principe, senza antagonista, significa porre il potere come principio indeterminato, dove l’individuo è solo mezzo per la sua realizzazione. E non necessariamente occorre riandare ad Hobbes ed al suo Stato leviatano per configurare forme di potere totalitario; è possibile – come abbiamo visto – che si possano trovare manifestazioni di dittatura della maggioranza e forme di annullamento della democrazia autentica anche nei sistemi politici democratici. In questi ultimi, ad esempio, abbiamo avuto le dinastie al potere, come ai tempi dell’àncien regime: i Kennedy, i Bush, i Mitterand e in Italia i Berlusconi e Prodi, uomini che hanno tenuto le fila del potere per molti anni direttamente o attraverso i loro delfini .
Il rischio è, insomma, che il potere da predicato diventi soggetto ed il cittadino da soggetto - da autentico sovrano, come recitano le Costituzioni - diventi predicato.

Occorre, quindi, modificare la nostra ottica per guardare le cose come sono.

Partiamo allora dalle relazioni umane, dalle idee che gli uomini generano per migliorare l’esistenza individuale, dalle azioni concrete che gli individui pongono in essere per conseguire vantaggi e condurre un’esistenza tranquilla e allora comprendiamo che il potere politico è anch’esso uno strumento per l’effettiva realizzazione di ogni progetto.
“Non è il potere che regge il discorso o che si fa discorso . Ma è il discorso che argomenta, introduce e giustifica il potere” 4
Non è, quindi, sul piano del potere come principio autereferenziale che si realizza la democrazia, ma su quello ben più oggettivo della razionalità, della distanza tra promesse e realizzazioni, tra il manifestarsi delle attese ed il percepire e sentire le soluzioni concrete.
Per quanto attiene più specificamente al nostro discorso, una effettiva manifestazione di democrazia sta nel superare la tecnopolitica tutta chiusa in se stessa per aprire in essa un canale che, con un processo di andata e ritorno, vada dai cittadini al potere e da questo a quelli.
Un primo passaggio può essere quello di una maggiore trasparenza del sistema amministrativo, nel quale i dati relativi a pensioni, graduatorie, concorsi, concessioni siano alla portata del cittadino, tutto, ovviamente schermato da protezioni a garanzia della privacy e tutto con un forte postulato di base, quello cioè che i cittadini progressivamente negli anni a venire siano sempre più alfabetizzati in materia d’informatica. In tal modo il cittadino potrà partecipare, interrogare, proporre decidere. In merito a tale questione, dagli USA arriva un allarme, aumenta sempre più una forma di information apartheid, a causa della quale milioni di cittadini sono totalmente esclusi dalla vita civile, perché si moltiplicano le discriminazioni in relazione alle informazioni secondo le fasce sociali, il sesso, l’età.
Se si tiene conto che la quantità e la qualità delle informazioni garantiscono livelli sempre più alti di benessere, di libertà di scelta, di movimento, ci rendiamo conto che è essenziale chiedere politiche pubbliche di formazione dei cittadini e di abbassamento dei costi per consentire ad aree sempre più vaste di popolazione l’accesso all’informazione - formazione.

L’OCSE afferma che l’accesso al servizio di telecomunicazioni è considerato come un diritto fondamentale di tutti i cittadini, essenziale per la piena appartenenza alla collettività sociale e come elemento costitutivo del diritto alla libertà d’espressione e comunicazione (Rodotà)
Si deve, dunque, realizzare una comunità virtuale che fornisca informazioni utili, fruibili da tutti i cittadini mediante i due principi della completezza e selezione, i quali, se bene armonizzati tra loro, consentono di superare le barriere della discriminazione e dilatare gli ambiti della comunità. Ad esempio, accanto alla cultura occidentale, dovranno trovare spazio le altre culture: se c’è Omero, dev’esserci anche il poeta asiatico.

Senza dubbio l’accesso alla rete Internet ha, negli ultimi anni, creato spazi di autentica democrazia: democrazia continua come la definisce Rodotà, e più volte il cosiddetto popolo della rete ha fatto sentire la sua voce. Non è un caso che i regimi totalitari e fondamentalisti controllino e oscurino la rete in quanto essa è un’autentica “agorà informatica” nella quale i cittadini, superando le barriere di spazio e tempo, trovano discorsi diretti ed antagonisti alle informazioni di regime.
Nella rete i cittadini trovano: 1) informazioni pubbliche e private; 2) strumenti di intervento, nel senso che sono possibili consultazioni e decisioni tra cittadini del centro e delle periferie; 3) valutazioni critiche, come indagini non espresse nel semplicistico sì-no, ma come espressioni di pareri compiuti ed articolati; 4) controllo, secondo la modalità di un agire comune, anche a livello giudiziario contro possibili prevaricazioni.
La rete, quindi, inevitabilmente modifica la fisionomia della Istituzioni, in essa si strutturano spazi e tempi assolutamente nuovi – che neppure il potere politico ancora sa gestire, nel rapporto tra cittadini e governanti. Le nuove tecnologie definiscono nuove forme di distribuzione dei poteri, apparentemente più deboli perché flessibili, ma in sostanza, al contrario, più stabili perché sorge un processo dinamico di andata e ritorno tra cittadini e vertice, dove più si consolida la prassi del dialogo comune e più aumenta il livello di responsabilità verso il bene comune, verso la pratica dell’autogoverno e della corresponsabilità nelle scelte. Noi cittadini campani abbiamo un recente e purtroppo drammatico esempio di assoluta mancanza di relazione tra potere politico- amministrativo e popolazioni: la vicenda della spazzatura. Molte volte si sono creati veri e propri black out d’informazioni e decisioni per carenza di coinvolgimento dei soggetti più esposti.

La rete ci richiama necessariamente un passaggio essenziale, quello della privacy. Sappiamo tutti come siamo aggrediti da interventi esterni ed inopportuni a causa del fatto che i nostri dati e i nostri movimenti, le nostra comunicazioni sono soggette a multiformi controlli, perciò, a fronte di un’espansione di informazioni e d’ingressi nella piazza informatica, devono sorgere modalità di controllo e di disciplina a tutela di tutti. Modalità che devono ancora essere armonizzate, se si considera che la tutela del proprio anonimato cade nelle forme di diverse legislazioni e può, quindi, essere diversamente protetta.
Si possono, quindi, postulare a livello nazionale ed internazionale norme sempre più accurate di opposizioni individuali e collettive a fronte di determinate violazioni lasciando, ovviamente, inalterata l’area d’intervento della pubblica sicurezza verso quegli utenti che utilizzano la rete in modo illegale. Faccio esplicito riferimento alla caccia ai pedofili, ai giocatori d’azzardo, ecc.
A livello giuridico internazionale si potrebbe avanzare il diritto di non sapere, se il singolo non gradisce sapere dei dati che lo possano turbare come, ad esempio, quelli medici o genetici; oppure lo infastidiscano come quelli del marketing.
Potrebbe nascere il diritto all’oblio per quelle informazioni che devono essere distrutte, se una volta utilizzate non sono più necessarie. Si dovrebbe ammettere il diritto di finalità, laddove, col consenso del soggetto, si ricerchino delle informazioni per un determinato obiettivo.
Nell’osservare certi comportamenti in tv, nel guardarci intorno, nell’ascoltare la gente emerge, però, anche il problema opposto: la barriera della privacy è costantemente superata, perché volutamente si mettono in pubblico i propri problemi.
Quanti parlano al cellulare ad alta voce in pubblico! Quanti esibiscono, pure a pagamento, i drammi familiari in televisione e quanti, pur di “esserci”, sono disposti a superare i limiti del buon gusto!!
Opportunamente U. Eco dichiara che il problema vero è guidare le grandi masse verso un nuovo obiettivo etico di virtù civica, nel senso di far recuperare a tutti la cura della privacy come valore: Le grandi masse, per ragioni che non voglio discutere, sono ansiose di acquisire status symbol, mettendo in piazza la propria privacy. Siamo a una seconda fase del "veblenismo": The Theory of the Leisure  va completamente riscritta. Class. 1 Lo status symbol non è più indice di eccellenza, ma indice di medietà, perché viene venduto a costo ridotto per tutti (meno che però per Rockefeller, Clinton, Eltsin). Quale privacy possiamo ancora difendere quando nessuno vuole che sia difesa? E tuttavia, la privacy è un valore. Ma allora credo che il problema centrale non sia come difendere la privacy del cittadino, ma come educare il cittadino a riconoscere la privacy come valore. E questo è un problema anche per la stampa. 6

In fondo si tratta di un tema etico già svolto da Kant, poiché il filosofo tedesco poneva alla sommità della formazione etica la dignità, alla quale concorre di gran lunga l’educazione personale attraverso la lettura, la buona lettura, possibilmente dei classici, ai quali Italo Calvino diceva che si deve sempre andare perché non si creda che i classici vanno letti perchè “servono” a qualcosa. La sola ragione che si può addurre è che leggere i classici è meglio che non leggere i classici. 7

 

4 Bonfantini Massimo : Strategie di manipolazione a cura di Chiara Sibona - Longo editore - 1981 p.45
5 Veblen: "l’unico mezzo di cui si disponga per dimostrare le proprie possibilità finanziarie a questi freddi osservatori dell’altrui vita quotidiana è un’incessante esibizione della propria capacità di spesa".
6 U.Eco Mass media e rete scivolano sulla buccia di banana sul web “La Repubblica .it” controllato il 7/3/2008
7 Italo Calvino Perchè leggere il classici Oscar Mondatori Milano 2006 pag.13


--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Bibliografia
S. Rodotà Tecnopolitica La democrazia e le nuove tecnologie della comunicazione ed.Laterza Bari 1997
R. Bradbury Fahrenheit 451 ed. Oscar Mondatori Milano 2006
J. Lloyd Media e potere La Repubblica 15/6/2007
G. Zagrebelsky Pubblicità e propaganda .La Repubblica 17/2/06
G. Le Bon Psicologia della folla Oscar Mondatori Milano 1980
S. Veca Questioni di vita e conversazioni filosofiche ed. Rizzoli Milano 1991
P. Boccia Comunicazione e mass media ed. Liguori Napoli 1999

 

 




Le connessioni inattese Rivista culturale interdisciplinare